Testo di una conferenza da me tenuta nel 2005 a Capiago Intimiano in occasione di un gemellaggio con una località ungherese


“L’evoluzione culturale in Ungheria”: mi sono accorto che questo titolo mi richiamava alla mente suoni, parole, atmosfere musicali molto più che monumenti o sculture. E ho seguito questa mia intuizione: la cultura ungherese, lo specifico di questa cultura, sta nelle peculiarità dei suoi suoni, dalla musica pentatonica portata fin qua dall’Asia e rimasta viva per un millennio (studiata e riproposta nel 900 da musicisti come Bartok) e la lingua.
Gli Ungheresi: figli di una madrelingua forte e penetrante. La lingua degli ungheresi (così come la loro musica) si distingue dalle altre lingue parlate dai popoli che confinano con l’Ungheria. Non è una lingua indoeuropea, fa parte della famiglia delle lingue Ugro-finniche e si inserisce nel più vasto contesto delle lingue uralo-altaiche. In Europa ha parentela solo con il Finlandese e con l’Estone. Altre piccole popolazioni parlano lingue imparentate con l’Ungherese, ma questo lo vedremo in seguito.

Questa lingua, che si distingue così nettamente dalle altre, praticamente non conosce dialetti (o almeno non nel senso in cui possiamo intenderlo qui in Italia). Questo crea, da moltissimo tempo, una forte coesione all’interno di una Nazione che, seppure relativamente piccola, assume così una consistenza non indifferente se confrontata con Nazioni come l’Italia o la Germania, che hanno trovato la loro unità solo dopo secoli di divisioni e scontri e dopo che uno sviluppo sociale e culturale differenziato ha visto evolversi le loro singole parti. I dieci milioni di Ungheresi residenti nell’odierna Ungheria, ma anche gli altri 5 milioni che vivono in regioni che fino alla fine della prima guerra mondiale hanno fatto parte dell’Ungheria e che ora appartengono alla Romania, alla Slovacchia e alla Serbia, parlano praticamente la stessa lingua, che si tratti di contadini o di persone erudite. Così anche i milioni di ungheresi che vivono sparsi per il mondo hanno potuto conservare, più di altri gruppi di emigranti, il loro patrimonio linguistico. Pensiamo agli italoamericani: il figlio di un ex bracciante agricolo proveniente dal Tavoliere delle Puglie imparava, durante la sua infanzia, il dialetto dei suoi genitori. Ma questo non gli serviva per comunicare con la figlia dell’immigrato siciliano (o friulano) destinata a diventare sua moglie. Così, inevitabilmente, l’inglese (magari arricchito di qualche colorito italianismo) diventava la lingua della nuova famiglia. Io sono nato in Italia, da genitori ungheresi, e parlo ancora l’ungherese, perché la lingua di famiglia e quella scritta, il linguaggio usato dagli emigranti e quello che è andato evolvendosi nel paese d’origine non differiscono poi tanto.
Ma andiamo a vedere dove è nata questa lingua, da dove viene il popolo che la parla e vi si specchia.




Migrazione degli Ungari dalla regione delle steppe al Bacino dei Carpazi

Siamo nel II millennio a.C. nella Siberia occidentale, steppa boscosa: questa è la culla dei futuri ungheresi. A quel tempo popolazioni dedite alla caccia e alla pesca cambiano stile di vita. Siamo nell’età del bronzo. Queste genti salgono a cavallo e conquistano una nuova libertà di movimento, possono spostarsi nelle sterminate praterie dedicandosi all’allevamento del bestiame e all’agricoltura. Questi cavalieri fanno parte, da un punto di vista linguistico, della comunità dei popoli ugrici. Solo attorno al 500 a.C. una popolazione che possiamo chiamare pre-Magiara trova una propria autonomia. L’economia basata sul pascolo transumante obbliga a grandi spostamenti, gruppi prima molto vicini vengono divisi da distanze sempre maggiori. Un concetto del “NOI”, più circoscritto ad un ben definito gruppo etnico, si rispecchia nelle caratteristiche di una lingua che va differenziandosi da quelle delle popolazioni alle quali si era imparentati. Ed eccoci al punto: questi antenati degli ungheresi cominciano a chiamare se stessi magyar (come ancora oggi). E quale è l’origine di questa parola? Essa è composta da due elementi : magy + ar o er che, più o meno, indicano l’”uomo che parla”. Cioè, quelle popolazioni ritenevano che fosse la loro lingua il loro segno distintivo e, con l’arroganza dei piccoli gruppi (alcune tribù pellerossa chiamavano se stesse il popolo degli uomini come se gli altri non lo fossero) esaltavano se stessi come unici esseri davvero parlanti. Una eco di questa antica concezione, e che indica quanto sia importante la lingua nella coscienza di sé del popolo ungherese, la troviamo nell’espressione magyarázni. Magyarázni significa “spiegare”, si tratta di una parola comune, che si usa tutti i giorni. Ma la sua radice è “magyar” ovvero “ungherese”. In lingua magiara, cioè, il concetto di “spiegare”, rendere chiaro, comprensibile, si dice “magiarizzare” ovvero dire, tradurre, in buon ungherese, per rendere comprensibile un concetto. La lingua, nell’epoca “siberiana” della storia ungherese, ma anche in seguito, durante il lento spostamento verso occidente, è in realtà il maggior segno distintivo rispetto alle altre popolazioni con le quali i magiari entrano in contatto. I metodi di allevamento, di caccia e i guerra non li distinguono certo granché dai loro vicini, hanno in comune le concezioni religiose dello sciamanesimo e la struttura sociale, lo stesso metodo nella costruzione delle jurte (delle tende di feltro) o dei finimenti per i cavalli. Questo anche perché le popolazioni nomadi della steppa erano molto aperte nell’accettare influenze culturali estranee, comprese quelle religiose. (Gli scavi ci mostrano una arte orafa ungara che, oltre a rispecchiare l’arte che la accomuna ad altri popoli delle steppe, mostra influenze bizantine, iraniane, khazare, normanne). Ma la lingua si è salvata, miracolosamente. Gli ungheresi non sono stati assorbiti nel mare di popolazioni di lingua iraniana e poi turca dal quale erano circondati e neanche, in seguito, qui in Europa, l’ungherese non è stato spazzato via dalle lingue germaniche, slave o latine. Per fare un paragone con un popolo col quale gli ungheresi hanno vissuto per secoli gomito a gomito, spostandosi dal Volga fin nei Carpazi, i Bulgari – la loro sorte linguistica è stata molto diversa. I Bulgari, un popolo di lingua turca che guidava una coalizione di tribù diverse, molte delle quali slave, quando alla fine sono approdati alla loro patria definitiva in Europa (681), si sono slavizzati, convertiti alla lingua slava. Gli ungheresi, invece, hanno dimostrato una caparbietà linguistica impressionante. Certo, nella lingua ungherese ci sono dei inprestiti dal turco-bulgaro e poi, via via, dalle altre lingue parlate da popoli dai quali c’era qualcosa da imparare (nuove tecniche agricole o belliche, sistemi di costruzione o concetti religiosi) ma essenzialmente la lingua è rimasta quella.

Ma proseguiamo il viaggio che porterà gli ungheresi alla conquista della patria. Non dobbiamo pensare che il viaggio verso occidente sia stata una lenta ma continua avanzata, no, il popolo ungherese si è fermato a lungo in territori che ha considerato un suolo patrio. Vi è stata una cosiddetta “Magna Hungaria” presso il Volga e poi la Levedia, regione del Don, territorio confinante col Canato (principato) dei Khazari, dove si formò un dominio ungaro sotto forma di principato, simile a quello dei Khazari. Siamo attorno al 850 d. C.: E il viaggio riprende, sospinti dai Peceneghi provenienti da oriente, ci si sposta nuovamente, portando con sé molti ribelli Khazari in fuga dopo una fallita guerra civile. Prossima fermata: Etelköz. Ecco come viene chiamata la nuova patria della magiarità. E già siamo vicino ai Carpazi. Abbiamo dunque visto dei ribelli Khazari magiarizzarsi e gli ungheresi apprender cose nuove senza perdere la loro identità. Ad ogni tappa, però, qualcuno rimane indietro, piccoli gruppi si staccano. E ancora oggi, dalla Siberia occidentale a quella che è stata la Magna Hungaria , alla Levedia, troviamo piccole popolazioni la cui lingua è fortemente imparentata con l’ungherese ( i Voguli e Ostiachi – mansi e kanty – nella Siberia orientale, i mari o Ceremissi nella regione del Volga, i Votiachi e i Sireni che abitano a occidente degli Urali). Queste presenze etniche, oltre agli scarsi reperti archeologici, consento di ricostruire il viaggio che vi sto raccontando. Ma oramai stiamo per vedere gli Ungheresi conquistare la loro patria definitiva. Il territorio nel quale si insedieranno naturalmente non è disabitato (e questo porterà a qualche tipo di mescolanza), esso è diviso in più parti tra Slavi, Bulgari, Avari e Franchi. E nel passato è stato dominato dal principato Avaro, e prima ancora dall’Impero Unno (454). (di qui una leggendaria, e storicamente infondata, discendenza degli ungheresi dagli Unni di Attila!) E’ stato occupato dai Gepidi e dai Longobardi. E prima ancora dai Romani. La conquista non fu certo incruenta. Truppe ungheresi, composte esclusivamente da una cavalleria leggera, si muovevano seminando ovunque il panico per le loro “orribili azioni” come riferiscono i cronisti dell’epoca. Erano l’avanguardia armata – il grosso della popolazione, agricoltori e allevatori, rimanevano ad Etelköz. Tra l’899 e il 955 gli Ungari non si limitarono a conquistare il bacino dei Carpazi, di qui partirono facendo incursioni (ben 38 in quegli anni!) nelle terre dell’antico Impero Carolingio (dall’Italia, giù fino a Taranto, alla Catalogna, dalla Sassonia alla Provenza, creando un panico generalizzato superiore a quello che L’Europa Occidentale aveva vissuto secoli prima subendo le incursioni del Flagello di Dio (al cui passaggio, dato l’enorme numero di cavalli di cui disponevano gli Unni, non cresceva più un filo d’erba). Bottino, massacri, stupri. I tesori venivano portati via, si riducevano le forze dei popoli aggrediti, e si lasciava qualche traccia del proprio patrimonio genetico in cambio. L’intenzione non era quella di conquistare l’Europa, bensì di arricchirsi mandando nel contempo un messaggio molto forte per non essere poi invasi dai potenti reami di quel nuovo mondo. Le cronache parlano di un popolo barbaro, ferocissimo, disumano. Certo: fonti tendenziose quelle dei cronisti che riferivano le esperienze gente che era venuta in contatto esclusivamente con le frecce degli Ungari e con le loro sciabole – non potevano sapere nulla degli aratri di quelle genti provenienti dall’oriente, degli strumenti dei fabbri e degli orafi, della complessa vita economico-sociale che stava dietro alle avanguardie armate. Se non ci fosse già stato un certo livello di sviluppo in queste popolazioni, un livello di civilizzazione superiore a quello mostrato dai razziatori, gli ungheresi non avrebbero potuto inserirsi così velocemente nel contesto degli stati europei come avvenne.


955: battaglia di Lechfeld presso Augsburg – Ottone I, in seguito fondatore del Sacro Romano Impero, sconfigge gli Ungari. Fine delle incursioni: bisogna mettere radici nella nuova patria da poco conquistata. E adeguarsi al nuovo mondo. Bisogna cambiare, rinunciare alle tradizioni, integrarsi. Il Principe Géza, pronipote del Principe Arpád che nel 896 aveva guidato l’insediamento degli Ungheresi sul patrio suolo, uomo politico con uno spiccato senso dell’opportuno, fece arrivare monaci missionari e si convertì al cristianesimo. Fece battezzare col nome di Stefano il figlio Vajk (975 – 1038). Il futuro Santo Stefano d’Ungheria, incoronato re il giorno di Natale dell’anno 1000, prima di diventare il primo monarca, monarca cristiano, della nuova nazione, dovette combattere a lungo sconfiggendo i suoi avversari politici anche quando si trattava di suoi parenti e di membri della sua tribù (il senso dell’appartenenza a una delle tribù ungare andava superato per approdare ad una nuova logica nazionale). Con grande determinazione e con antica, diremmo pagana, ferocia convertì quanti della sua corte non si erano fatti battezzare al tempo di suo padre, fece costruire molte chiese, fondò dieci diocesi collocate sotto l’autorità dei vescovi e fece dono di feudi reali alla Chiesa. La cristianizzazione degli Ungheresi però non doveva essere penetrata a fondo nelle coscienze e nel tessuto culturale del paese se, dopo la morte di Stefano, vi fu, durante le lotte per la successione, anche un tentativo dei paladini della religione pagana di restaurare le antiche credenze. Gli insorti bruciarono le chiese e uccisero i sacerdoti, tra loro il precettore di Emerico, il figlio di Stefano, il vescovo Gellért (il monaco veneziano Gherardo che divenne santo in seguito al suo martirio). Per tornare alla questione della lingua, in un musical degli anni ottanta, István a király, che parla di Re Stefano, gli oppositori della fede cristiana cantano in coro. “Cosa ce ne facciamo di un dio per il quale ogni uomo è un peccatore, di un dio che ha lasciato che uccidessero suo figlio, ma – soprattutto – cosa ce ne facciamo di un dio che non parla ungherese?!” Naturalmente si tratta di un’opera di fantasia, ma da voce ad una sensibilità che ci pare storicamente credibile. Con la conversione il popolo ungherese vide infatti arrivare il latino della Chiesa. Il latino, lingua scritta, unica lingua scritta. La lingua dei dotti che per secoli e secoli avrebbe sostituito l’ungherese nei testi di ogni tipo. Certo, il latino è anche la lingua che corrisponde alla fascinazione esercitata sui popoli nomadi dalle città di origini romane, dai resti architettonici (non sappiamo quanto consistenti) ancora presenti sul suolo di quella che era stata la Pannonia. (Un bel racconto di Borges narra di un barbaro che si innamora di Ravenna, la prima città che abbia mai visto, e decide di difenderla contro la sua stessa gente). In quegli anni comincia comunque l’inserimento degli ungheresi nella cultura europea, anche in quella precedente al loro arrivo. E il paese comincia ad essere anche un crogiolo di varie popolazioni. La grande tolleranza etnica di Re Stefano e dei suoi successori attira sul suolo ungherese, ancora troppo poco popolato, molti sassoni e italiani e valloni e poi anche peceneghi, cumani e iazigi, giunti da Est con l’ultima ondata migratoria dei popoli barbari. Ma, come detto, la lingua si salva, sono i nuovi arrivati ad ungheresizzarsi. Naturalmente non abbiamo qui il tempo per percorrere tutta la storia d’Ungheria, voglio qui solo citare alcune tappe salienti che avrebbero potuto cancellare la nozione stessa di cultura ungherese, ma non vi sono riuscite. Massacri, occupazioni e l’inserimento di nuove ondate di coloni stranieri non riuscì ad estinguere la pianta della ungheresità che si era rinforzata nella sua nuova vocazione, quella di essere il baluardo della cultura europea e dei valori cristiani verso i nemici provenienti dall’est.

Nel 1241 le orde mongole capeggiate da Batu Khan attaccarono l’Ungheria. L’esercito ungherese subì una grave sconfitta, gli invasori poterono (nemesi storica) scorazzare per tutto il paese seminando morte e terrore. La popolazione venne sterminata, intere regioni rimasero spopolate. Per ripopolarle, quando i mongoli se ne furono andati, il Re, Béla IV che si era salvato per miracolo durante la battaglia, invitò coloni stranieri a rimpiazzare i contadini uccisi. E così il popolo ungherese andava ulteriormente mescolandosi agli altri popoli europei.

Nel XV un altro terribile pericolo minacciò i confini ungheresi: l’impero turco-ottomano, che aveva già sottomesso i Balcani e puntava alla conquista del resto d’Europa. I questa difficile situazione, aggravata dal fatto che in seguito alla morte del Re Alberto d’Asburgo, i baroni del Paese erano preda di schermaglie interne e non trovavano un accordo su chi dovesse essere incoronato. In questa situazione un uomo d’arme di grande esperienza, János Hunyadi, venne eletto reggente e guidò il Paese contro i turchi assoldando mercenari. Seguito anche dal popolo organizzò la difesa della fortezza di Nándorfehérvár (Belgrado) ottenendo una inaudita vittoria. Il sultano dovette ritirarsi e per circa un secolo i turchi non osarono più attaccare l’Ungheria. Il figlio di Hunyadi,

Mattia Corvino, salì al trono e fece vivere al Paese un momento di grande sviluppo e di successi militari (occupazione della Bassa Austria e conquista di Vienna).In questo periodo diventa molto forte l’influenza culturale italiana in Ungheria. Letterati e sapienti vengono invitati a corte da Re Mattia, come pure artisti, miniatori e musici. Eminenti personalità ungheresi studiano nelle università italiane dando vita ad un movimento umanistico ungherese che ha i suoi modelli in Italia. Questo rafforza, sul piano culturale, i rapporti con l’Europa e contribuirà in seguito, durante l’occupazione turca, dalla sorte della “balcanizzazione” toccata ad altri paesi occupati. Nell’estate del 1526 il sultano Solimano II si mise in rotta per invadere l’Ungheria. A Mohács l’esercito turco inflisse una tremenda sconfitta agli ungheresi: 15.000 morirono sul campo di battaglia, tra loro numerosi baroni e vescovi. E anche il Re.

Dopo Mohács l’Ungheria si spezzò in tre pezzi. Una parte (Buda e le regioni centrali) subì l’occupazione turca, una parte andò a far parte del regno degli Asburgo e la Transilvania ottenne una relativa indipendenza riconoscendo la supremazia del sultano. La Trasilvania divenne così, seppur decentrata, sede della continuità delle tradizioni e della cultura ungherese (questo è importante ricordarlo nel analizzare il nazionalismo ungherese tra le due guerre mondiali.) I 150 anni dell’occupazione turca praticamente non anno lasciato tracce nella lingua ungherese (i cui in prestiti turchi risalgono a molti secoli prima) e neppure nella musica e nella cucina. Non abbiamo il caffè turco, né i vari dolci al miele, o le creme di ceci che, dai Balcani alla Palestina, indicano le tracce dell’Impero Ottomano. L’influenza turca è individuabile, nella cucina ungherese, per una più consistente presenza della carne di maiale, che, a differenza dei bovini della tradizione e degli ovini, non rischiava di essere requisita dagli occupanti mussulmani. Nel 1684 i turchi sferrarono l’attacco a Vienna. Questo fece nascere la Santa Lega che avrebbe poi sconfitto gli Ottomani. L’Ungheria venne liberata ma gli Asburgo impedirono che diventasse indipendente. Dobbiamo qui fare un altro grande salto fino alla metà dell’ottocento, fino alle rivoluzioni del 1848. Nuove idee sono nell’aria, i valori liberali, il sogno d’indipendenza di tanti popoli. In Ungheria questo fermento è legato nuovamente ad una grande consapevolezza linguistica. Scrittori e poeti scrivono nella lingua del paese e sono i portavoce dell’orgoglio nazionale e delle nuove aspettative. Nel ’48 scoppia la ribellione guidata da intellettuali, scrittori e poeti. Tra questi il grande Sándor Petöfi (nato Petrovic, figlio di una famiglia di origini slave, slovacche, ma di “sentimenti” ungheresi – ecco di nuovo questo rispecchiarsi nella magiarità a partire dalla lingua, da questa lingua che offre ai poeti infinite possibilità di poetare senza scostarsi artificiosamente dal linguaggio corrente, consentendo di esprimere messaggi comprensibili ai più!).

La rivoluzione di Pest-Buda decretò l’eliminazione degli oneri feudali: i servi della gleba furono liberati (e questo portò grandi masse di contadini – unico esempio in Europa – ad appoggiare in armi la rivoluzione borghese), nacque l’uguaglianza giuridica, la stampa libera e l’eguaglianza delle religioni legali. Oltre a questo la Transilvania venne unita all’Ungheria dopo secoli di separazione. Quando gli Asburgo, che nel frattempo avevano dovuto affrontare i moti rivoluzionari a Milano e a Venezia, a Cracovia come a Praga e poi a Vienna stessa, ebbero di nuovo la situazione in mano, affrontarono la questione ungherese. In questo l’imperatore si fece aiutare, per affrontare l’esercito rivoluzionario, di ingenti truppe russe . Duecentomila soldati graziosamente messi a sua disposizione dallo zar, ennesimo pericolo proveniente da oriente per gli ungheresi che vennero sconfitti nell’agosto del 1849. E la rappresaglia fu terribile (a differenza che in Italia o a Praga): centinaia di persone giustiziate, tra cui il primo ministro e 13 generali ungheresi. Ma poi, quando nel 1860 la corte austriaca si trovò in difficoltà, dopo il confronto bellico con la Prussia e la nascita dell’unità tedesca, decise di affrontare in altro modo la questione ungherese. E questo portò ad elevare l’Ungheria ad un rango paritetico, ad un trattamento totalmente diverso da quello riservato agli altri popoli dell’impero. Nasce l’Impero Austro-Ungarico in base ai principi di dualismo: due Stati indipendenti, collegati dal monarca e dagli affari comuni come esteri e difesa. Questo compromesso favorì una fiorente economia capitalista in Ungheria, permettendo uno sviluppo senza precedenti. Tutto questo durò fino alla fine della prima guerra mondiale (mi tocca essere succinto!). La sconfitta venne fatta pagare ad un prezzo carissimo: il territorio ungherese venne dimezzato e milioni di ungheresi divennero “minoranze” di altri paesi.
In chiusura voglio parlare delle minoranze all’interno dell’Ungheria. Oltre ai territori “misti” dove insediamenti per esempio rumeni si alternavano a villaggi sassoni e a località prevalentemente ungheresi, oltre ai piccoli insediamenti, per esempio di rifugiati serbi (come la cittadina di SZENTENDRE con la sua chiesa ortodossa), oltre ai già citati Sassoni e soprattutto agli Svevi (di lingua tedesca) che in misura maggiore o minore hanno conservato la loro lingua d’origine, in Ungheria abbiamo – si può dire da sempre – una capillare e diffusa presenza degli zingari e una comunità ebraica un tempo assai numerosa. Non ne ho le prove storiche, ma ritengo che – così come è avvenuto per la città di Colonia (insediamento fondato dai romani in territorio celtico) dove operavano già dei mercanti ebrei prima che da quelle parti arrivassero le popolazioni Germaniche – nella Pannonia romana il mondo commerciale vedesse operare degli ebrei prima dell’arrivo degli ungheresi. E credo che popolazioni provenienti dall’India, calderai e musicisti zingari, abbiano incontrato gli ungheresi già in tempi molto antichi allietando i bivacchi con la loro musica.

Gli zingari si sono assunti il compito in Ungheria di essere gli officianti musicali della “baldoria”, delle bevute smodate e dei dolenti rigurgiti dell’anima nazionale incline alla melanconia. La musica tradizionale ungherese è stata interpretata dai musicisti zingari (dalle infime osterie ai locali di gran lusso) frammentandola, decorandola con i mille arzigogolati virtuosismi cari al loro orecchio. Un tempo la musica zigana allietava i banchetti dei nobili, ma anche le corse dei cavalli, la fine di una caccia. E c’erano violinisti che erano delle vere star (a Budapest si ricorda il funerale di uno zingaro accompagnato da un corteo funebre che formava un’orchestra di un migliaio di strumenti). C’erano i virtuosi che si occupavano dei ricchi e poi c’erano tantissimi complessini da osteria. Lo zingaro un tempo era come uno sciamano, un mago, un confidente che scavava nell’animo dei suoi clienti esclusivamente con le note musicali, con le parole delle canzoni…

Gli ebrei. La presenza ebraica ha significato, in un paese feudale. diviso nettamente in due classi, l’emergere di una figura che incarnava molte prerogative e caratteristiche di quella che sarebbe stata la borghesia. In Italia, con l’esclusione forse di alcune zone del Meridione, il modello di riferimento è rappresentato dal borghese. Pensiamo alla Firenze dei Medici, pensiamo alle banche sorte in Toscana alla fine del Medioevo (il vocabolario di base del mondo bancario è ovunque italiano), pensiamo all’Italia dei Comuni… l’accortezza nei commerci, l’abilità nei mestieri, la scaltrezza politica erano già dei valori e lo sono rimasti. Anche le classi più umili (quelle dalle scarpe grosse ma dal “cervello fino”) credevano nella positività di una lettura “concreta” della realtà e puntavano sulla capacità di aggirare gli ostacoli, lucidamente (alcuni direbbero “cinicamente”) soppesando i pro e i contro di ogni cosa. Senza troppo spazio per l’impulsività, la spavalderia … In Ungheria, invece, il modello di riferimento, anche per i contadini che non potevano certo aspirare a scrollarsi di dosso i limiti del loro stato, era quello del nobile, del Signore. E la signorilità significava orgoglio ad imitazione dell’alterigia e, conseguentemente, un culto del coraggio, significava mostrare un certo distacco dalle cose materiali imitando in qualche misura il disprezzo per il denaro dimostrato dai nobili, significava “il bel gesto”, l’ospitalità sproporzionata ai propri mezzi, il gusto dell’eccesso, per esempio in una baldoria “fuori misura”. (Ricordo un aneddoto, un signore ungherese di illustrissime origini, che viveva da decenni in Italia, si trovava un giorno, con amici, in un ristorante ungherese di Milano. Gli zingari suonavano, la comitiva – tutti ungheresi – cantavano. D’un tratto l’anziano signore, preso da entusiasmo, pensò di tradurre in italiano le parole della canzone per farne partecipe il cameriere italiano. “In una notte di maggio vorrei strappare tutti i lillà!” declamò con enfasi. Il cameriere fece un piccolo inchino e disse:”Certo signore, ma perché?” Alberto Sordi avrebbe interpretato benissimo questo cameriere, moderato per vocazione, pragmatico e cauto.) Gli ebrei in Ungheria erano portatori di questo tipo buon senso “borghese”. Esclusi, storicamente, dal mondo agricolo, da quello delle armi, ovviamente dalla vita ecclesiastica, obbligati al commercio, avevano sviluppato una sensibilità per i fatti economici che veniva disprezzata e utilizzata ad un tempo. Il grande latifondista facilmente affidava ad un ebreo di fiducia la gestione patrimoniale. E questo amministratore, oculato e competente, aveva modo di arricchirsi. Per dire quanto tutto questo meccanismo non abbia necessariamente a che fare con le origini etniche, in Germania il Meier era l’amministratore del podere. E Meier è diventato uno dei cognomi più diffusi, il probo Meier (tedeschissimo) pensiamo al Biedermeier -, più ancora che i discendenti delle corporazioni dei mestieri, è diventato il borghese per antonomasia, l’uomo non appariscente ma economicamente solido. In Italia, guardiamo per esempio il ghetto di Roma, ancora oggi dopo 2000 anni, molte sono le persone che si occupano di commercio ai mercati, bancarellari. In Italia non vi sono grandi famiglie di banchieri di origini ebraiche, né sono ebrei i Pirelli o gli Agnelli. Qui la concorrenza italiana era numerosa ed agguerrita; tutto il paese, appena poteva, si occupava di denaro con il massimo diletto. In Ungheria, invece, il successo nella vita economica, finanziaria e industriale, della componente ebraica della popolazione è stata molto grande. E così, ai motivi di origini “religiose” ed etniche che hanno nutrito l’antisemitismo ungherese, si è aggiunta l’invidia, il rancore di classe, la diffidenza verso chi detiene un potere economico. Ma gli ebrei in Ungheria, discendenti del popolo delle scritture, del popolo che sapeva leggere e scrivere quando gli altri delegavano queste capacità solo al clero, era anche una parte consistente della borghesia delle professioni. La figura del medico ebreo (non parliamo poi del dentista!) era diffusissima: da questa figura discendono i tanti scienziati di origini ebraiche. Ma anche gli studiosi di altre discipline. E i critici teatrali, gli uomini del mondo dello spettacolo (a Hollywood, quando fu fondata, si sentiva parlare moltissimo in ungherese: produttori cinematografici, musicisti, ma anche attori) E poi c’erano i giornalisti, gli scrittori. Il mondo ebraico ungherese, specialmente la componente più laica, più integrata (quella che spesso si sposava con gli ungheresi cristiani), ha dato moltissimo alla cultura ungherese, facilitando gli scambi con le culture di altri paesi, sprovincializzandola, arricchendola con il suo senso dell’umorismo che così bene si integrava con un certo umorismo “tragico” o macabro col quale gli ungheresi amano giocare.

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