170 piccoli racconti in cerca… d’editore:
Parabole ed altri qui pro quo

Le parabole e gli altri brani narrativi che compongono questo libro sono brevi, talvolta brevissimi. Alcuni sono esaurienti, esaustivi nel loro veloce percorso o nella loro improvvisa fiammata, altri sono legati a mondi e situazioni delle quali rappresentano solo un frammento, una scheggia. Briciole narrative, ritratti psicologici, grumi, nodi dell’anima, cortocircuiti della mente.

Le storie da un minuto, quelle che non occupano più di una riga o due, raccontano sempre qualcosa, sono aneddoti paradossali o istantanee che ritraggono un personaggio sconosciuto, non degli aforismi. Non si tratta di massime scherzose, di perle di saggezza o di sentenze lapidarie. Possiamo chiamarli “aforismi” solo se pensiamo a certi “pensieri spettinati” di Lec (“Si abbracciarono così stretti che non rimase spazio per i sentimenti.”) Queste novelle microscopiche, che spesso nascono da giochi di parole, che si alimentano di non sense e paradossi e lasciano scaturire dal terreno della casualità i loro germogli di verità, fanno parte di quella categoria di racconti brevissimi che, a detta di Italo Calvino, trovava la sua massima espressione nel famoso Il dinosauro di Augusto Monterosso (“Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì.”)

Le parabole, racconti che accettano di parlare di un episodio solo per alludere ad altro, nel nostro caso hanno perso per strada il loro intento pedagogico conservando solo quel tanto di pretestuoso ed onirico nel modo di ordinare tra di loro gli eventi e di connettere cause ed effetti. Hanno conquistato – rispetto al modello originale una forte autonomia, non ubbidiscono più al fine ultimo cui sono destinate, attingono liberamente al loro bagaglio simbolico conservando solo il tipico linguaggio evocativo e lo usano per rendere gli eventi narrati incomprensibili e noti ad un tempo, puntando a far emergere nell’ascoltatore (nel lettore) consapevolezze e verità che questi custodisce in qualche scantinato dimenticato o “sotto de’ tetti negletti”.
Insegnamenti morali senza una morale, allegorie che non offrono una chiave interpretativa ma si limitano a rovistare tra metafore e maschere, tra i significati involontari, tra gli automatismi della nostra lingua, tra le frasi fatte, preconfezionate, prêt-à-porter, pronte a tutto, e i luoghi comuni, affollati, gremiti di senso e non senso fino all’inebetimento.

Il materiale narrativo è suddiviso secondo categorie apparentemente rigide, dando origine a titoli che sono sigle corrispondenti ad una catalogazione che non ha nulla di letterario. Quasi si trattasse (come si tratta) di fare un po’ di ordine in una serie di “casi umani” o nelle scansioni infinite dello stesso “caso”.
Anche l’apparato di note, rimandi interni e citazioni di personalità famose o di adorabili sconosciuti, ha un andamento vagamente parodistico e contribuisce a vivificare il testo con ulteriori contraddizioni, malintesi, sconfinamenti. A piè di pagina troviamo annotazioni che talvolta sgomitano per avere la meglio sul testo principale, invertendo i ruoli canonici, prendendosi tutte le libertà che vogliono, giocando su un altro registro.
Prevale, in questi racconti, l’ironia, l’umorismo nero. Ma talvolta il “nero” ha la meglio, il Witz mitteleuropeo e le giullarate che esorcizzano la morte si lasciano rubare la scena da cronache più accorate e liriche nelle quali il mal-inteso, il frainteso, l’oscuro, prevale e colpisce senza troppi infingimenti.
Il tutto racconti brevi e lunghi, drammatici, poetici o farseschi, note, dediche e materiali altrui è “montato” a formare una sequenza narrativa che, pur lasciando autonomia alle singole parti, suggerisce un percorso che ha in sé una ragion d’essere.

I qui pro quo (o quiproquò) cui fa riferimento il titolo sono gli inciampi nel flusso del “senso delle cose” prima ancora che nel traffico della comunicazione. Rappresentano la premessa di ogni malinteso, l’antefatto dal quale parte ogni testimonianza inaffidabile. Sono abbagli lucciole scambiate per lanterne (e viceversa) – che, mostrando aspetti ignorati del mondo, possono colpirci con una rivelazione. Il prolifico gioco delle interpretazioni che ne può scaturire concorre a dar vita a resoconti inattendibili, a interpretazioni incomplete e tendenziose di quello che abbiamo visto. Fate morgane evocate per indurre alla svista chi ci ascolta.
Sfogliando le pagine di questo libro troviamo una raccolta di travisamenti, di fraintendimenti, di errate interpretazioni, troviamo delle maschere che si sono rese autonome sfuggendo di mano agli attori. Si tratta di rappresentazioni che vivono di omissioni, di ellissi. Alludono ad altro, sono dedite all’“altro” senza sentire il bisogno di tradurlo a tutti i costi nei termini delle nostre esperienze consuete. Senza il bisogno di chiamarlo per nome.


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