Dai commenti di Laura Lepri:

TEMI CENTRALI

La foresta, la carne cruda, la bestia feroce, il padre: basta citare le più frequenti ricorrenze testuali e ci troviamo subito in zona mito. Naturalmente l’ambientazione esotica aiuta, ma ci basta ricordare l’ardito paragone culinario tra l’armadillo e il maiale (pag. 29), che risveglia echi di un sacro nostrano non meno inquietante, per capire come l’abilità dello scrittore consista in questo caso più nell’evitare luoghi comuni scontati che nell’approfittarne.

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LA LETTERATURA, LA VITA

La letteratura compare spesso in questo testo, in due modi principali. Innanzitutto come citazione a carico dei personaggi o dell’autore, in secondo luogo come riflessione sulla scrittura e la costruzione del testo. Il protagonista è professore, quindi frequentatore giustificato dei topoi letterari, e ha combattuto sotto il nome di Dante, altra scelta difficilmente casuale. A partire dall’epigrafe di Trakl, che evoca la belva blu, per arrivare a Dumas e ai tre moschettieri, molte sono le citazioni anonime o battezzate. A pag. 65, Ventura (il protagonista) riflette su se stesso come possibile personaggio: Ventura pensò che probabilmente la sua personale avventura nella giungla si sarebbe prestata a una rivisitazione in chiave mitica: l’ex guerrigliero che aveva tre mogli e viveva di caccia nel fondo della foresta . quante avventure si sarebbero potute attribuirgli! Ventura sorrise. Forse qualcuno lo aveva già eletto suo eroe e ne narrava le epiche gesta in stile salariano. La moglie viennese […] gli aveva detto, in tedesco: “La maggior parte degli emigranti da queste parti, e non parlo solo dei nostri russi, ha alle spalle una vita romanzesca. I romanzi romanzeschi ora non si scrivono e non si leggono più – si vivono e basta. E non aspettiamo altro che di poter dimenticare ciò che abbiamo vissuto.” Ed è quasi un manifesto letterario, che verrà ripreso e approfondito in seguito, ma il cui senso è già esposto con chiarezza in queste poche righe:

LA LINGUA

Il romanzo rivela in generale padronanza stilistica, linguaggio efficace, uso scorrevole del dialogo e del monologo interiore. L’autore introduce opportunamente e senza troppa insistenza momenti retrospettivi che ricreano il tormentato passato di Ventura, lasciando però al lettore il gusto della scoperta graduale del suo misterioso senso di colpa. Grande attenzione è riservata alle descrizioni, con la prevalenza degli aspetti visivi, in particolare cromatici, e una spiccata predilezione e capacità nel raccontare esperienze olfattive: si veda ad esempio la descrizione dell’odore del giaguaro (pag. 184):

L’odore del giaguaro. Difficile da descrivere, come tutti gli odori. Era un afrore aspro-amaro, come di urine dense, di secrezioni intime, trattenute; ricordava del liquido seminale secco, ma aveva in sé anche quella sorta di putrescenza sedimentata nel tempo che hanno le pelli mal conciate, quelle impilate in un angolo, scricchiolanti: Un odore scricchiolante, un odore roco… aggressivo, emanato da ghiandole della comunicazione sviluppatesi per lasciare ad ogni passo una scia di potere… Ma sullo sfondo di quell’olezzo si nascondeva come un retrogusto di vicoli italiani fragranti di aglio-rosmarino-vino bianco rosolanti con arrosti e spezzatini. Acre, intenso, pericoloso quell’odore, ma anche stranamente familiare…

[Il grassetto corrisponde al corsivo dell’autore, n.d.r.]

Con l’utilizzo come si vede dello strumento della sinestesia, che qui ha un esito particolarmente felice.

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