Un brano tratto da “5 gnomi a Milano”

L’unico che invece parlava molto, ma non con i suoi amici, era Mugo. Passava buona parte della notte davanti alla voliera dell’aquila. All’inizio aveva fatto molta fatica ad attirare l’attenzione del rapace. Sembrava indifferente a tutto. Ma poi, lentamente, parlando con tono dolce e conciliante, era riuscito a farsi ascoltare. “L’aquila crede di non saper volare!” comunicò agli amici quando all’alba si incontrarono nella tana. Ma non ebbe voglia di spiegare cosa avesse in mente. Per lui l’aquila era il mezzo per tornare a casa. Quell’uccello era delle loro parti. Bastava convincerla che era ancora in grado di volare, che la libertà era possibile.

[…]

Facendo ampi gesti, come un direttore d’orchestra, e poi stendendo le braccia di lato come fossero ali, Mugo diceva: “Chiudi gli occhi e immagina che attorno a te la gabbia sia sparita… vedi? Ci sono solo alberi… vedi? Le foglie fremono al vento. Che bel venticello fresco. Ti solleva il piumaggio leggero… il cielo è sereno e trasparente… le nuvole passano veloci… c’è profumo di acqua che scorre e nell’acqua i pesci nuotano senza fatica… l’acqua li sostiene, la corrente li porta, è facile! Lascia che il piumaggio si gonfi… ecco, vedi, le ali si sollevano, le senti leggere… una corrente calda ti solleva da terra…” Così Mugo cercava, quasi ipnotizzandola, di guarire l’aquila avvilita che non credeva di saper volare. I risultati non tardarono a venire. L’occhio del regale uccello divenne più vivo, i suoi movimenti più sciolti. Mugo, dopo tre notti, capì di essere sulla strada giusta.



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