Alcuni racconti tratti da:
“Parabole ed altri qui pro quo”



A 2.2.



… a Siviglia nella piazzetta del quartiere di Santa Cruz, a Siviglia, una ragazzina venuta da lontano ha trovato la saracinesca che comanda il getto della fontana. Aziona il rubinetto e lo zampillo sale. Se ne accorgono l’uomo con la chitarra, i ragazzi sulla panchina, i bambini in corsa attorno alla fontana.
La ragazzina gira ancora il rubinetto e il getto, alto e diritto, supera le chiome degli aranci e nessuno se ne accorge più, non sanno che continua a salire. Deciso come un fioretto lo spruzzo affonda nel buio, seguito ormai solo dagli occhi della sua padroncina. Si innalza silenzioso ricadendo su se stesso e risospingendosi verso l’alto. La mano gira decisa a giungere fino agli estremi limiti del gioco di cui si è impossessata.
La chitarra suona, i ragazzi ascoltano, i bambini si rincorrono in circolo e il getto sale sempre più su.
Lentamente si spengono le altre fontane di Siviglia, la loro forza decresce, le acque si fanno più silenziose, corrono nei canaletti in tono dimesso, si avvolgono nella melma del fondo non danno più acqua i rubinetti di Siviglia, non vengono più irrigati gli orti attorno a Siviglia sale sempre più lo zampillo mentre inaridiscono i campi d’Andalusia.
Gli asini ragliano mentre i frutti cascano pietrosi, mentre i petali si stringono attorno alle ultime gocce di umidità, folgorati da un cielo di lavagna. Non ha più lacrime la vedova, la terra riassorbe la rugiada, si screpola, inaridisce. Foglie vetrose cadono col vento, gli armenti vengono condotti al macello in mezzo ad un mare giallo e bianco di stoppie rinsecchite, il latte si fa denso nei capezzoli smunti, gli agrumi secernono solo profumi prima di rinchiudersi in un totale mutismo, si alza la polvere lungo le strade, folle silenziose di contadini emigrano, sospinte verso i porti dalla crescente siccità ... ma lo zampillo d’acqua della piccola fontana nel più antico quartiere della candida Siviglia ha trovato la forza di raggiungere le stelle.


A 2.7.



Quanto durò la felicità di Lazzaro?
Quanto durò, se felicità poteva essere chiamata quella allucinata esplosione di vita, quell’incredulità sintonizzata sull’infinito, quella perdita di qualsiasi limite, il naufragio di ogni certezza?
Quanto durò la gioia per una vittoria insperata?
Quando si tramutò nel lutto per la fine delle regole del gioco?
Quando il premio finì per apparirgli un arbitrio, un capriccio, un trucco da ciarlatani?
Quando decise di vendere Gesù per trenta denari firmando la ricevuta col nome di Giuda?


B 1.2.



A forza di far finta di esistere... finì che le credettero. E le attribuirono anche caratteristiche che lei non si era mai sognata di inventarsi.


B 3.1.



Dopo una notte praticamente insonne, sistemate alcune faccende che non voleva lasciare in sospeso, si consegnò nelle mani della Statistica.
I patti della resa, in fondo, si riducevano ad un unico vincolo: doveva impegnarsi, solennemente, a non far mai più miracoli.


C 1.3.



Al conferenziere che aveva parlato loro dei segreti dell’amore dissero: «Va bene. E i ciclomotori?»
Volevano sapere tutto anche dei ciclomotori.


C 2.7.



A proposito dei tempi a venire si dicevano, in quei giorni, le cose più varie. Si costruivano ipotesi che oggi avrebbero dovuto già dare frutto. Filari di alberi dovevano costeggiare viali tutti da costruire, collegamenti ideali tra località sconosciute. Su di un poggio quale poggio? un castello e più sotto, verso il fiume, un villaggio. Nel villaggio un pranzo all’aperto, sotto il cielo tovaglie stese sul prato, tra l’erba insetti variopinti e briciole di pane e di torta e la torta non bruna ma bionda e la bionda non magra ma tonda e le cosce già spoglie, già lisce. Per assonanze, per rime, per accordi segreti crescevano le ipotesi, i sogni rappresi.
Poi, senza più ritmo, proposti da un pesce fatato, i fatidici tre desideri: possibilmente possibili, dovevano essere espressi tre progetti precisi.
A quel punto si bruciaron le torte, la paura disperse la folla, cercavano aiuto gli sguardi smarriti: in un mondo di facili rime un vento tagliente bruciò alle radici gli alberi che non erano stati piantati.
Ma passò senza un commento la magia del pesce fatato, come una battuta indecente tra gente per bene.
Si riprese a parlare al futuro, senza aggiungere peso alle rime, attenti solo a non farsi mai più sentire da maghi, da streghe, da fate, da fauni o da altre presenze concrete.


B 1.7.



Giunto ad un bivio, incerto se andare a destra o a sinistra, decise di puntare verso l’alto.


D 2.3.



Smerciando calabroni dorati era sceso lungo tutta la costa potendosi permettere da mangiare, da bere, e a volte una donna.
Giunto all’estremità della penisola si era posto il problema di come rientrare, di come tornare sino ai luoghi delle grandi città. Rifare il cammino già fatto gli dava fastidio. L’altro versante era praticamente disabitato. Non avrebbe trovato villaggi, né cibo, né gente a cui vendere... e così di soldi non ce n’erano, poiché tutto era stato speso, vissuto, buttato, caduto, passato.
Stava così sullo scoglio e davanti a lui il mare di sera e sentiva un po’ di fame e quella notte non aveva dormito perché l’avevano scacciato dal bordello per via di quella puttana che diceva che lui le aveva rubato una spilla... Puttana! Gli avevano dato anche qualche pugno ed un tizio dalla voce sottile un calcio allo stinco. Ma per questo poco male. Si faceva più buio e più fresco. Entrò in acqua lentamente, attento ai ricci, spogliandosi con calma e così lentamente si mise a nuotare nel mare senza onde. Ecco, in quella direzione, verso il largo ...
E nuotava tranquillo giocando con l’acqua che gli entrava in bocca, salata: se la lasciava scivolare di bocca, come una fontana.
Nuotò molto a lungo senza fermarsi. Era sereno. Arrivò mai sino all’altro continente?


E 2.2.



Suo padre morì da piccolo. Di difterite, pare. E non fece in tempo a concepirlo, neppure mentalmente.
La madre invece, sorda da sempre al diapason delle proprie cosce, si spense a tarda età, zitella.
Lui elaborò per loro un lutto elaborato, monumentale, barocco, tale da prolungare il ricordo oltre i limiti giustificati dal rimpianto. Ma alla lunga finì per deconcentrarsi e li scordò. Scordando nel contempo se stesso.
E con questo tutta la faccenda poteva dirsi davvero definitivamente felicemente conclusa.



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